Giacomo05

From Diwygiad

Indice - Quarta parte - Sesta parte


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L'ubbidienza della fede

Nella prima lettera ai cristiani della città di Tessalonica, nel secondo capitolo, l'apostolo Paolo si rivolge ai suoi lettori dicendo: "Noi ringraziamo sempre Dio: perché quando riceveste da noi la parola della predicazione di Dio, voi l'accettaste non come parola di uomini, ma, quale essa è veramente, come parola di Dio, la quale opera efficacemente in voi che credete" (1 Tessalonicesi 2:13).

In questo testo, Paolo presupponeva che quando egli predicava ed insegnava il messaggio cristiano, svolgendo così il compito che Dio gli ha affidato come apostolo di Cristo, egli non trasmettesse una semplice parola umana, una parola come quella di altri, una parola "discutibile", ma "quale essa è veramente", vale a dire Parola di Dio. La parola dell'Apostolo, nell'atto di predicare ed insegnare, veniva considerata non una semplice "testimonianza alla Parola di Dio", ma come Parola di Dio oggettiva. Essa era accolta con fiducia in quanto tale ed essa si dimostrava efficace per trasformare la vita di chi l'accoglieva e guidarla sui sentieri della giustizia. Questo valeva per tutti gli scrittori che Dio ha autorizzato a comporre la Bibbia: i cristiani autentici di ogni tempo e paese hanno accolto sempre questa parola biblica senza metterla in discussione, senza criticarla, ma per ubbidirvi fiduciosamente. Tant'è vero che l'obiettivo dell'apostolato biblico viene espressamente indicato come "ubbidienza della fede" (Romani 1:5).

Nel testo dell'epistola di Giacomo che consideriamo oggi, ricevere con fiducia la parola biblica ed ubbidirvi fedelmente è considerato un'ulteriore test, un'ulteriore comprova dell'autentico cristiano. Abbiamo fin ora considerato, seguendo la successione dei pensieri espressi da Giacomo che il cristiano autentico viene messo alla prova da come risponde alle sofferenze e difficoltà che incontra nella sua vita, poi da come gestisce la condizione economica in cui si trova (sia di povertà come di ricchezza), poi ancora come risponde alle molteplici tentazioni a cui viene sottoposto. La quarta verifica della sostanza della sua fede è come considera e come risponde alla parola biblica, predicata ed insegnata.

Di fatto, una delle più affidabili evidenze di autentica salvezza è proprio quanto una persona abbia "fame" della parola biblica, la Parola di Dio. "Come la cerva desidera i corsi d'acqua, così l'anima mia anela a te, o Dio" (Salmo 42:1). Proprio come ad un bambino non è necessario insegnare ad aver fame del latte materno, così ad un figliolo di Dio non è necessario insegnare ad aver fame della Parola di Dio, ma la riconosce quale il cibo e la bevanda spirituale di cui ha bisogno e che pienamente lo soddisfa.

Quando il vero discepolo di Cristo ode la Parola di Dio, è evidente quanto la ami. Ne riconosce la verità e desidera di tutto cuore ubbidirvi. Giacomo, così, mette qui in rilievo l'accoglienza della Parola prima nella fede e poi nell'ubbidienza. Il cristiano autentico dimostra di amarla perché essa non solo gli ha fatto conoscere il Signore e Salvatore Gesù Cristo, ma in essa si esprime la Sua volontà, cosicché onorare ed ubbidire il Signore Gesù equivale ad onorare ed ubbidire la Sua Parola. Una volta Gesù stesso, infatti, aveva detto a chi pur seguendolo non ubbidiva alla Sua Parola: "Perché mi chiamate: "Signore, Signore!" e non fate quello che dico?" (Luca 6:46). 

Nell’esaminare, così, questo nuovo testo di Giacomo, chiediamo a Dio di confermarci nella verità della Parola biblica e aumentare o rinnovare la nostra fame per essa, dandoci determinazione e forza per mettere in pratica ciò che essa dice.

Il testo

Il testo di oggi è quello che nel capitolo 1 di Giacomo va dal versetto 19 al versetto 27:

"Sappiate questo, fratelli miei carissimi: che ogni uomo sia pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all'ira; perché l'ira dell'uomo non compie la giustizia di Dio. Perciò, deposta ogni impurità e residuo di malizia, ricevete con dolcezza la parola che è stata piantata in voi, e che può salvare le anime vostre. Ma mettete in pratica la parola e non ascoltatela soltanto, illudendo voi stessi. Perché, se uno è ascoltatore della parola e non esecutore, è simile a un uomo che guarda la sua faccia naturale in uno specchio; e quando si è guardato se ne va, e subito dimentica com'era. Ma chi guarda attentamente nella legge perfetta, cioè nella legge della libertà, e in essa persevera, non sarà un ascoltatore smemorato ma uno che la mette in pratica; egli sarà felice nel suo operare. Se uno pensa di essere religioso, ma poi non tiene a freno la sua lingua inganna se stesso, la sua religione è vana. La religione pura e senza macchia davanti a Dio e Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni, e conservarsi puri dal mondo".

Chiariamo alcuni termini

Chiariamo, prima di tutto, alcuni termini che vi troviamo.

Esecutore. Il sostantivo originale tradotto con "esecutore" o "facitore" indica un coinvolgimento dell’intera personalità fino nell’intimo (mente, anima, spirito, emozioni, un "fare" che riflette la natura stessa di una persona, qualcosa che si fa non episodicamente, ma costantemente. Gli "esecutori" di cui parla Giacomo non solo "fanno", ma "sono".

E' la differenza che intercorre fra l'essere un "professionista" e l'essere un "dilettante" . Una cosa è fare riparazioni periodiche in casa, altra cosa essere un costruttore per mestiere. Il termine italiano "esecutore" rammenta i musicisti che sono "esecutori" di importanti brani musicali. Notate la loro perizia nell'eseguirli, frutto di lunghi anni di studio e di costante esercizio. Lo stesso è di coloro di cui parla Giacomo: si tratta di persone la cui vita stessa è consacrata non solo ad apprendere la Parola di Dio ma anche ad un’ubbidienza fedele e costante. 

Forse il termine "professionisti" potrebbe in qualche modo essere sempre equivocato. Certo, non si può essere cristiani "di professione". Qui non si parla di ministri di Dio salariati ed a tempo pieno... come se l'essere cristiani "fino in fondo" riguardasse solo preti o pastori, e neanche solo di "santi" nella comune accezione del termine mediata dal cattolicesimo-romano, come se esistessero cristiani di serie A e cristiani di serie B, ugualmente legittimi. Qui non si parla di "cristiani impegnati" e "cristiani disimpegnati" come se anche quest'ultima categoria fosse legittima. Talvolta, infatti, si incontra pure chi dice che non ha tempo o ha "troppo da fare" per impegnarsi nella fede cristiana, nella chiesa o "nella religione", come si dice. Non si può infatti essere "cristiani per hobby" che praticano la loro fede quando "hanno tempo" o "a tempo perso". No, né Giacomo né gli altri scritti del Nuovo Testamento concepiscono due categorie ugualmente legittime di cristiani, ma distinguono solo cristiani veri e cristiani falsi. 

Di fatto, non si può essere solo "spettatori" della fede. Il culto domenicale non è né può essere "uno show" di intrattenimento con tanto di presentatore, orchestra e ballerine... come pure l'hanno trasformato certe chiese, o anche come l'uditorio di conferenze culturali, dove si ascolta parlare di un tema, lo si dibatte e magari si batte le mani, alla fine, all'oratore tornandosene poi a casa come quando si era venuti. "Grazie pastore, bella predica!", sentiamo talora dire al predicatore. La predica può essere stata senz'altro "bella", ma essa era intesa affinché poi la si trasformi necessariamente in azione, ubbidendo ad essa diligentemente. Il culto domenicale, semmai, deve essere scuola, o meglio, un laboratorio "artigianale" dove si impara "l'arte" dell'essere cristiani, in modo simile a quando Gesù insegnava ai Suoi discepoli, dandone  l'esempio, a lavarsi reciprocamente i piedi. Prima lo faceva Lui e poi diceva: "Adesso fatelo voi"!

Ascoltatore. La parola originale tradotta con "ascoltatore" era effettivamente anche allora usata per coloro che passivamente sedevano in un auditorium ed ascoltavano un cantante o un oratore. Potremmo paragonarla a "l'uditore", la persona che è ammessa a seguire le lezioni di un corso, anche se non è iscritta e non può sostenere esami. L'uditore non è tenuto a studiare a casa, nessuno lo controllerebbe. Con quello che ode può fare quello che crede, utilizzarlo oppure ignorarlo. Semmai si può chiedergli perché mai sia andato ad udire quelle lezioni: ma può esserci andato solo per curiosità, per passatempo, per essere intrattenuto (se si trattava di un valente insegnante). In ogni caso l'uditore (che studi oppure no) non è responsabile di quel che ode e va da sé che non gli venga riconosciuto alcun titolo di studio, anche se fosse stato regolarmente presente alle lezioni.

Tragicamente, pure la maggior parte delle chiese sembrano composte prevalentemente da "ascoltatori" che, ammesso che odano predicatori fedeli, si avvantaggiano del privilegio dell’ascolto della Parola di Dio ma, di fatto, non hanno alcuna intenzione di ubbidirvi, come se la predicazione fosse solo un esercizio di retorica e lo studio biblico "pura accademia". E' anche purtroppo vero che molti predicatori sono di fatto incompetenti e c'è da chiedersi come siano stati messi sul pulpito, o perché infedeli alla Parola di Dio o sommamente prolissi e "noiosi". Questa, però, non è una scusa per ignorare la predicazione. Per alcuni "la calunnia è un venticello", ma spesso pure la predicazione la si considera "un venticello". Quando ignorare la Parola predicata diventa regola costante, si tratta di un atteggiamento che comprova come come questi uditori, anche se sono "regolari membri di chiesa" non siano affatto veramente cristiani, ma solo gente che fa finta o si illude di esserlo. Tali persone - semplici ascoltatori e non esecutori, pensano di appartenere a Dio quando in realtà non è così. La proclamazione e l'interpretazione della Parola di Dio non può mai essere solo fine a sé stessa, ma un mezzo in vista di un fine, vale a dire l’accoglienza autentica della verità di Dio per quel che è e la sua fedele applicazione.

Esposizione del testo

Esaminiamo così meglio il testo di Giacomo 1:19-27

1. "Sappiate questo, fratelli miei carissimi: che ogni uomo sia pronto ad ascoltare, lento a parlare..." (19), a cui aggiungiamo anche il versetto 26 "Se uno pensa di essere religioso, ma poi non tiene a freno la sua lingua e inganna se stesso, la sua religione è vana"

Questo principio: "essere pronti ad ascoltare lenti a parlare" è sicuramente un principio di "buona educazione" che vale per tutti e per tutto. Dice il libro biblico dei Proverbi: "Anche lo stolto, quando tace, passa per saggio; chi tiene chiuse le labbra è un uomo intelligente" (17:28). Troppa gente, infatti, non smette mai di parlare e, ammesso che lasci parlare anche te, di fatto non ti ascolta. Aspetta con impazienza che tu finisca (e magari ti interrompe anche) poi, senza tenere minimamente in considerazione quel che hai detto, prosegue lui... Lui solo "sa" e "capisce" e vale la pena di ascoltare... E' così?

L'accento, qui, però, è posto sull'ascolto della Parola di Dio predicata ed insegnata. Essa presuppone la più indivisa attenzione, cercando di intendere bene quel che dice, ...e magari prendendo appunti per meglio ricordarla e poi metterla in pratica. Non è insolito, però, che, ad esempio, in uno studio biblico, alcuni vogliano subito "prendere la parola" per intervenire e "dire la loro" senza riflettere abbastanza, senza accertarsi di avere inteso bene e valutato tutte le implicazioni del discorso udito. I credenti devono rispondere positivamente alla Scrittura letta, predicata ed esposta, desiderosi di cogliere ogni opportunità per conoscere sempre meglio la Parola di Dio e la Sua volontà. Al tempo stesso essi devono essere cauti nel voler diventare essi stessi insegnanti o predicatori. Rischiano così di parlare senza adeguata competenza, di "straparlare". Pensano di dimostrare "molta religione", ma la loro avventatezza nel parlare non dimostra autentica "pietà interiore" che porta a "tenere a freno la lingua", cioè a "tenerla sotto controllo", "imbrigliarla". La purezza di cuore, infatti, è spesso rivelata proprio da un esprimersi controllato ed appropriato, ed anche nel saper tacere quando è necessario, e bisogna aver discernimento per sapere quando è necessario piuttosto tacere. La Scrittura, infatti dice che c'è "un tempo per strappare e un tempo per cucire; un tempo per tacere e un tempo per parlare" (Ecclesiaste 3:7).

2. "... lento all'ira; perché l'ira dell'uomo non compie la giustizia di Dio" (19-20).

Per "ira" qui non si intende soltanto gli "scatti di rabbia" o quel risentimento profondo ed interiore frutto dell'odio verso una persona. E' oggettivamente vero che dobbiamo tenere a freno il nostro "temperamento focoso" (se questo è il nostro carattere). 

Anche qui, però, l'accento del testo ha a che fare con l'annuncio della Parola di Dio, come si riceve la verità. Dovremmo mettere da parte ogni sentimento di irruenza per venire alla Parola di Dio con una mente calma ed uno spirito imperturbato. Uno stato di eccitazione di mente, di impazienza, di ansia, di "nervoso" non è mai favorevole all'investigazione della verità. Una tale "investigazione" esige uno spirito calmo, attento e riflessivo. Chi è per qualche motivo "eccitato" ed "agitato" certamente non è in condizione di valorizzare la verità o di soppesare le evidenze che l'appoggiano. Può sicuramente succedere che siano i predicatori o gli insegnanti stessi a ...farci venire il nervoso! Se questo è il caso, però, è meglio alzarci ed andarcene, senza suscitare polemiche inutili o improduttive. In quei casi bisogna valutare bene quale possa essere l'effetto della nostra reazione o il modo migliore per risolvere una situazione riprovevole.

L'ira dell'uomo, il rabbioso zelo per la polemica verbale, "non compie l'ira di Dio". C'è chi contesta le tesi dell'avversario, ma non solo, attacca anche la persona che le porta, senza alcun ritegno, pensando di vincere la causa e di svergognarlo pubblicamente, di "schiacciarlo". Può essere qualche volta necessario, raramente, ma il più delle volte si tratta solo di polemiche improduttive. L'apostolo Pietro scrive: "Chi vi farà del male, se siete zelanti nel bene? Se poi doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomenti la paura che incutono e non vi agitate; ma glorificate il Cristo come Signore nei vostri cuori. Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni. Ma fatelo con mansuetudine e rispetto, e avendo la coscienza pulita; affinché quando sparlano di voi, rimangano svergognati quelli che calunniano la vostra buona condotta in Cristo" (1 Pietro 3:13-16). 

3. Infatti, dice Giacomo: "...Perciò, deposta ogni impurità e residuo di malizia, ricevete con dolcezza la parola che è stata piantata in voi, e che può salvare le anime vostre" (21). 

Perciò, per il fatto stesso che Dio ci ha spiritualmente rigenerato in vista di servirlo, tenuto conto che i sentimenti di chi è "iper-eccitato" ci portano solo a fare del male, mettiamo da parte tutto ciò che Dio considera un male e sottomettiamoci completamente all'influenza che la verità può avere su di noi. Smettiamo tutto ciò che è impuro, vale a dire disgustoso, offensivo, indecente, improduttivo. Non permettiamo che il residuo della nostra vecchia natura prevalga su di noi. Con la "medicina" della Parola essa può essere risanata

Apriamo il nostro cuore ad essere istruiti docilmente dalla Parola del Signore. Gesù disse: "In verità vi dico: se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli" (Matteo 18:3), come pure: "Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre" (Matteo 11:29). Questa è la nostra prima verifica del giusto nostro atteggiamento verso la Parola di Dio, la disposizione dello scolaro desideroso di imparare e docile verso di essa. 

Quanto spesso l'atteggiamento critico verso la Parola di Dio ci fa assomigliare ad un cavallo ribelle non domato che recalcitra e rifiuta di sottomettersi. Paolo, prima della sua conversione era un uomo pieno di rabbia verso Cristo ed i cristiani e così affermava i suoi pregiudizi e determinazione a far prevalere sé stesso e le proprie idee. A lui Cristo dice, quando, sulla via di Damasco, lo fa cadere a terra nella polvere: "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Ti è duro ricalcitrare contro il pungolo" (Atti 26:14).

Nel cristiano la Parola di Dio è "piantata" in lui, o meglio "innestata" come il ramo di ulivo domestico e produttivo sull'olivo selvatico, la cui natura, tramite esso, deve cambiare: la sua impurità e malizia deve essere prima repressa e poi distrutta. Un nuovo modo di essere: di pensare, di parlare e di agire, è "il prodotto" che deve sorgere in noi allorché la Parola di Dio è innestata in noi. Questa è la Parola che ci può "salvare". L'apostolo Paolo dice: "ciò che brama la carne è morte, mentre ciò che brama lo Spirito è vita e pace" (Romani 8:6).

4. "Ma mettete in pratica la parola e non ascoltatela soltanto, illudendo voi stessi".

Questo è il punto centrale di tutto ciò che intende dire Giacomo nel brano che consideriamo oggi. La Parola di Dio, valorizzata, docilmente accolta, innestata in noi, è finalizzata ad essere messa in pratica. Per quale altra ragione la si studierebbe e la si proclamerebbe? Potrebbe essere forse solo un esercizio retorico, accademico, estetico? Potrebbe forse la predicazione essere un "ci deve essere" formale senza essere finalizzata all'applicazione? "Che la predica sia breve" (dicono alcuni), "liberiamocene il più presto possibile", "Facciamola perché la dobbiamo fare, ma che sia presto finita". Altri dicono: "Rendiamola interessante", trasformandola così in intrattenimento. Certo l'esposizione della Parola di Dio non deve essere un lungo, noioso, monotono esercizio. Sicuramente deve essere interessante, rilevante, vivace e della giusta lunghezza (stabilita a seconda del contesto in cui ci troviamo), ma altrettanto sicuramente deve essere finalizzata alla "messa in pratica". Altrimenti a che servirebbe? Altrimenti sarebbe sono un "illudere noi stessi" pensando di aver fatto "il nostro dovere" di predicatori e di uditori e poi, "anche questo è fatto"...  La parola tradotta con "illudere noi stessi" è nell'originale la stessa di "fare un calcolo sbagliato". I cristiani professanti che si accontentano soltanto di udire la Parola di Dio hanno seriamente "sbagliato i loro calcoli" spirituali!

5. "Perché, se uno è ascoltatore della parola e non esecutore, è simile a un uomo che guarda la sua faccia naturale in uno specchio; e quando si è guardato se ne va, e subito dimentica com'era" (23,24).

La Parola di Dio è come uno specchio: serve per verificare, rispetto ad essa, "l'aspetto" della nostra vita. Ci specchiamo e rileviamo di avere ...la faccia sporca. E dopo che facciamo? "Quel che vedo non mi piace", e ...ce ne andiamo dicendo, "non la voglio neanche vedere quella faccia"... ed essa rimane sporca! L'idea è che, quando rileviamo la sporcizia, prendiamo acqua e sapone e ci laviamo la faccia!  Per quante persone, però, la predicazione della Parola di Dio è "di fastidio", scomoda, ed allora "meglio non stare ad ascoltarla?", oppure meglio andare in un'altra chiesa dove il predicatore compiacente ...non parla di peccato e di conversione "mettendoci in imbarazzo", anzi, "ci fa sentire bene", lusingandoci e dicendo quanto siamo bravi... oppure predica "raccontando barzellette" e intrattenendoci? Ricordate quella famosa frase del grande predicatore Spurgeon, che disse: "Io sono qui per prendermi cura delle pecore, non per divertire le capre"! ...e prendersi cura delle pecore vuol dire anche strigliarle, lavarle e tosarle... Ma questo è per molti "troppo scomodo", "troppo spiacevole". Meglio, allora, dopo aver sentito una tale predica, dimenticarsi di quello che si è udito. Davvero?

6. "Ma chi guarda attentamente nella legge perfetta, cioè nella legge della libertà, e in essa persevera, non sarà un ascoltatore smemorato ma uno che la mette in pratica; egli sarà felice nel suo operare." (25).

Che cos'è questa "legge perfetta"? Sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento Dio, la Parola di Dio, rivelata, inerrante, sufficiente e onnicomprensiva, è chiamata "legge". Di essa la Scrittura afferma: "La legge del SIGNORE è perfetta, essa ristora l'anima; la testimonianza del SIGNORE è veritiera, rende saggio il semplice" (Salmo 19:7). La legge di Dio è lo specchio di fronte al quale ciascuna creatura umana si deve porre di fronte per riconoscersi ingiusto, peccatore perduto e condannato. Essa è necessaria per portarlo ad invocare la grazia di Dio che gli è presentata allorché ravvedendosi dei propri peccati, riponga in Cristo soltanto la propria fede e la propria speranza per essere salvato. 

Anche, però, per chi è stato salvato per grazia mediante la fede in Gesù Cristo, legge di Dio rimane uno specchio importante con la quale confrontarsi, perché essa esprime la volontà di Dio che egli utilizzerà come regola della sua condotta e della sua santificazione, dimostrando così amore e riconoscenza verso Dio che l'ha salvato in Cristo. La presenza della grazia di Dio non significa che non vi sia, infatti, alcuna precisa legge morale o codice di condotta da ubbidire, o che per il cristiano "l'amore" sia l'unico metro di condotta. L'amore, infatti, non è un concetto astratto e soggettivo, ma è qualificato, specificato, definito dalla stessa legge di Dio, quella che i credenti sono messi in grado, dallo Spirito di Dio che è loro donato, di osservare, di mettere in pratica, perseverando nell'ubbidienza ad essa. Essi operano così ciò che è gradito al Signore. L'Apostolo, infatti, afferma che, anche per il cristiano: "la legge è santa, e il comandamento è santo, giusto e buono" (Romani 7:12).

La legge morale di Dio è chiamata qui "la legge della libertà", perché solo nell'ambito dei limiti che Dio pone al comportamento umano, l'essere umano può essere veramente realizzato e libero. Andando oltre, trasgredendo questi limiti, egli non troverà libertà, ma asservimento al peccato e, alla fine, solo la morte. Il "liberalismo" teologico, proprio a questo punto, perpetra ai danni dei suoi ignari seguaci, l'inganno più diabolico, velenoso e mortale. Esso fa loro credere, infatti, che "la libertà" sia la legge del cristiano, come se il comportamento del cristiano potesse essere dettato solo dalla sua concezione, soggettiva ed arbitraria, di "amore". La libertà, qui non è "la legge", ma la legge, la legge di Dio, com'è riassunta nel Decalogo, è la libertà, libertà autentica per il credente, salvato per grazia che, ubbidendovi sarà "felice nel suo operare".

7. Ed ecco così, al termine del nostro testo biblico, che Giacomo riassume l'argomentazione fin qui portata avanti, affermando che: "La religione pura e senza macchia davanti a Dio e Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni, e conservarsi puri dal mondo" (27). L'ascolto attento della Parola di Dio contenuta nelle Scritture, ha un fine eminentemente pratico. Infatti, "religione pura e senza macchia", una  religione irreprensibile è quella caratterizzata dall'amore compassionevole, quello che, ad esempio, si manifesta nel soccorso di "orfani e vedove", vale a dire la categoria di persone che allora erano le più bisognose anche nella chiesa. Dato che di solito essi non sono in grado di reciprocare, prendersi cura di loro dimostra autentico amore cristiano. Chi sono oggi le nostre "vedove" ed i nostri "orfani"? Essi devono essere il termine ultimo della nostra ubbidienza alla Parola del Signore, insieme a tutto ciò che ci conserva puri dal "mondo", vale a dire il modo di essere e di vivere lontano da Dio ed avverso a Lui. Conclusione In un brano collegato, Gesù insegna l'importanza dell'ascolto finalizzato all'ubbidienza: "Chi ha i miei comandamenti e li osserva, quello mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e io lo amerò e mi manifesterò a lui». Giuda (non l'Iscariota) gli domandò: «Signore, come mai ti manifesterai a noi e non al mondo?» Gesù gli rispose: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio l'amerà, e noi verremo da lui e dimoreremo presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole; e la parola che voi udite non è mia, ma è del Padre che mi ha mandato" (Giovanni 14:21-24).

Sì, per quanto sia importante ricevere in modo appropriato la Parola di Dio, senza l'ubbidienza alla sua verità questo non solo non comporta alcun beneficio, ma diventa contro di noi un ulteriore giudizio. L'ubbidienza alla Parola è il requisito di base più importante e comune denominatore per ogni autentico cristiano. Alla fin fine la vita spirituale non è il sentire di aderirvi o l'impegno, ma l'ubbidienza a lungo termine delle Scritture. I credenti autentici ricevono Cristo e continuano a camminare con Lui. Essi conoscono i Suoi comandamenti e li osservano. Essi non possono affermare di conoscere Dio e poi rinnegarlo nei fatti con le loro azioni. La convalida della salvezza è una vita impostata all'ubbidienza. E' la sola prova possibile che una persona di fatto conosca Gesù Cristo. Se uno non ubbidisce a Cristo come impostazione di fondo della sua vita, allora il solo professare di conoscerlo è un vuoto esercizio verbale. Che il Signore, davvero, ce ne scampi e liberi...

Domande di approfondimento

  • In che modo si comportano i veri credenti? (vv. 19-22).
  • Nell'arena della fede in che modo si differenziano "udire" e "fare"? In che modo si rapportano l'una e l'altra cosa?
  • In che modo un figlio di Dio si rapporta con la Parola di Dio e perché?
  • Che cosa dobbiamo fare per ricevere la Parola di Dio in modo appropriato (v. 21). In che modo lo facciamo? Considerare Romani 13:12-14; Efesini 4:22-24; Colossesi 3:8; Ebrei 12:1; 1 Pietro 2:1-2.
  • Quali esempi fornisce Giacomo che indicano una fede autentica? Quale motivo può averlo spinto a farlo? Considerare pure Esodo 22:22-23; Deuteronomio 14:28-29; Salmo 68:5; Geremia 7:6-7; Giovanni 13:35; Atti 6:1-6; 1 Timoteo 5:3.
  • In che modo in Giovanni 14:21-24 Gesù rapporta amore ed ubbidienza?
  • Che cosa aggiunge questo insegnamento di Gesù alla nostra comprensione del rapporto esistente fra vera fede salvifica ed ubbidienza alla Parola? Che cosa dimostra l'ubbidienza?
  • Leggi Galati 5:16-26. Quali risorse Dio dà ai Suoi figli per assicurarsi che essi vivano in modo ubbidiente? Versetti da considerare: Giovanni 8:31-36; 16:7-15.
  • Riflettiamo sulla nostra vita ed abitudini. Le nostre azione mostrano che di fatto abbiamo ricevuto Cristo e siamo in comunione con Lui ubbidendogli?
  • Perché è necessaria l'umiltà nell'udire e nell'ubbidire la Parola di Dio? (Giacomo 1:21).
  • Quand'è che trovate più difficile accostarvi alle Scritture con cuore umile ed uno spirito disposto ad apprendere?
  • Siete consapevoli di specifiche situazioni nella vostra vita in cui voi non state facendo ciò che la Parola di Dio vi chiama a fare? Perché questa riluttanza da parte vostra ad ubbidire? Chiedete a Dio di operare le necessarie trasformazioni nella vostra vita.

Per approfondire

Vedasi come deve essere letta ed interpretata la Parola scritta di Dio nella Dichiarazione sull'inerranza biblica (1978) e nella Dichiarazione sull'ermeneutica biblica (1982), come pure l'articolo sulle Sacre Scritture nella Dichiarazione di Fede della Comunione Riformata Mondiale, a questo indirizzo.

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